L’Abruzzo seppur a fatica sta agganciando la ripresa. L’economia ha bisogno soprattutto ora di un esecutivo forte. La sfida strategica del futuro quella di unire costa e aree interne in un progetto di sviluppo. Il mio intervento oggi su Il Messaggero. 

Dopo un inizio di anno drammatico (l’Abruzzo al 31 marzo 2017 aveva registrato secondo l’Istat 464.000 occupati, il dato più basso dagli inizi del 2000, con una perdita rispetto al 2016 di 17.000 posti di lavoro), il II e il III Trimestre 2017 ci hanno consegnato rispettivamente un primo segnale di riequilibrio, con 485.000 occupati al 30 giugno, e poi un indicatore che in assoluto ha qualificato la capacità della regione di rimettersi in marcia (512.000 occupati al 30 settembre).

Il IV Trimestre, con i suoi 491.000 occupati, ha dato il senso e la misura dell’Abruzzo attuale, una regione che ha agganciato la ripresa ma che continua a produrre occupazione instabile.

La lunga stagione estiva ha certamente influito sul risultato positivo del III Trimestre 2017 ed è stato un errore mettere in relazione il numero degli occupati del 2017 con quelli del 2008 (allora gli occupati erano 511.000 ma l’Istat registrava 24.000 disoccupati in meno).

Nel frattempo, infatti, il mercato del lavoro è cambiato radicalmente e si è davvero fatto flessibile, tanto che solo il 17% dei nuovi contratti stipulati nel 2017 in Abruzzo è stato a tempo indeterminato. La tendenza in atto, però, indica che l’industria abruzzese e il settore dei servizi hanno agganciato la ripresa internazionale, anche se lo stallo delle costruzioni e il numero elevato di crisi industriali (109) sono un segnale pericoloso della deindustrializzazione in atto, che coinvolge anche le multinazionali (si veda il caso Honeywell in Val di Sangro).

Alcuni giorni fa avevamo scritto delle sfide economiche del 2018 che andranno a riconfigurare la regione nei prossimi 15 anni (programmazione della ZES, accelerazione sulla ricostruzione post-sisma, rendicontazione dei Fondi Europei, progettazione del Masterplan, ridefinizione dell’offerta formativa degli Atenei per affrontare le sfide di Industria 4.0 e costituzione del Consorzio Universitario Abruzzese, sviluppo del Turismo).

Un programma di governo così ambizioso ha bisogno di un esecutivo forte, e i pochi dubbi sulla tenuta della maggioranza in Consiglio regionale e sulla difficile transizione affidata al vicepresidente Lolli dopo l’elezione al Senato di D’Alfonso, sono stati spazzati in queste ore dalle dimissioni degli assessori Di Matteo e Gerosolimo.

Quale esecutivo, sulla scorta delle richieste delle organizzazioni sindacali, programmerà gli interventi di politiche attive sul lavoro, considerato che al direttore Di Rino non è stato rinnovato il contratto? L’Abruzzo voleva mutuare il sistema della Dote individuale promosso da Valentina Aprea in Lombardia ma il mancato rinnovo di Di Rino ha fatto naufragare questa ipotesi.

La sfida strategica resta quella di evitare che il dinamismo della costa aumenti l’isolamento delle aree interne, come ha ribadito alcuni giorni fa anche il sindaco di Pratola Di Nino, che ha chiesto all’Arap di inserire nella programmazione della nuova ZES anche il territorio del suo comune, per dare vita ad un sistema unico abruzzese dell’intermodalità. Per prendere decisioni che producano effetti nel lungo periodo, però, occorre una politica forte.