Diecimila cittadini hanno detto no alla realizzazione in Abruzzo del metanodotto Snam. Non è la prima volta che la regione è al centro di casi eclatanti di Nimby. In che modo questi no possono impattare sul futuro degli investimenti in Abruzzo? Leggi il mio intervento su Il Messaggero. 

In una società in profonda trasformazione, l’opposizione alla realizzazione di infrastrutture è la punta dell’iceberg di un disagio che investe appieno il tema della rappresentanza. Per rispondere a questa crisi, alcuni Paesi europei hanno da tempo adottato strategie nuove di dialogo per investire sulla fiducia tra le istituzioni e i cittadini. A Copenaghen, ad esempio, a breve entrerà in funzione il termovalorizzatore da 750 milioni di euro Amager Bakke, sul cui tetto sarà possibile sciare.

Nell’incapacità di cercare nuove modalità di confronto, il fenomeno Nimby in Italia e in Abruzzo si è progressivamente inasprito e la distanza tra gli attori coinvolti (impresa, cittadinanza, politica) è aumentata in modo esponenziale.

Nella graduatoria del Nimby Forum, l’Osservatorio che analizza il peso del no sui media,  l’Abruzzo viene subito dopo le più industrializzate Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna. In questo marasma fatto di debolezza della politica e incertezza burocratica (gli impianti autorizzativo e regolatorio sono farraginosi e le competenze tecniche dei funzionari delle amministrazioni locali spesso sono inadeguate rispetto alla complessità dei progetti), il ricorso alla magistratura è diventata una prassi abituale per dirimere controversie che troverebbero migliore risposta dalla condivisione preventiva dei progetti con la cittadinanza.

La contestazione delle associazioni ambientaliste al metanodotto Snam è l’acme delle iniziative di un movimento che dopo il no al terzo traforo sotto il Gran Sasso (2002), è diventato più organizzato e preparato sotto il profilo comunicativo con il no al Centro Oli di Ortona (2007) e con il successivo no alle trivelle.

Durante la campagna elettorale per le regionali del 2014 Luciano D’Alfonso ha sostenuto che l’Abruzzo sarebbe dovuto diventare una regione facile, in grado di attrarre investimenti per generare sviluppo. Il nodo è proprio questo. In che modo l’Abruzzo diventerà appetibile agli investitori italiani e stranieri? È concreto, infatti, il rischio che tutti questi no compromettano nuovi investimenti o quelli già programmati. La politica ha il dovere di indicare la strada da percorrere su un tema così controverso, per tornare a svolgere quel ruolo di sintesi tra interessi divergenti, dal quale è evidente ha abdicato da almeno due decenni con un atteggiamento ondivago (alcuni di quelli che sfilavano sabato a Sulmona un anno fa sostenevano il si al referendum per ridare centralità allo Stato in materia di energia e infrastrutture), puntualmente sanzionato dagli elettori.

Il quadro delle contestazioni, infatti, dà la misura della paralisi che sta attraversando l’Abruzzo, minato da una pericolosa deindustrializzazione, come testimoniano le 109 crisi industriali aperte. Una paralisi che le aziende, i sindacati, i lavoratori e le istituzioni non possono permettersi e su cui è sempre più urgente intervenire. I cittadini pretendono chiarezza e trasparenza nelle informazioni. La politica, le imprese e anche la scienza ne prendano atto, perché il limite è stato superato da molto tempo.