La possibile uscita del Molise della ZES abruzzese e lo stand by della misura è figlia della mancata programmazione e dell’assenza di una cabina di regia. Il mio commento su Il Messaggero.

La settimana appena passata è stata la metafora della Regione guidata dal centrosinistra negli ultimi quattro anni, caratterizzata da un forte attivismo dell’ex presidente D’Alfonso, raramente preceduto da un’analoga attenzione alla fase di programmazione, il compito principale dell’ente Regione, che si è concentrata in prevalenza sulla gestione (lo 0,003% nella rendicontazione dei Fondi UE è emblematico a riguardo).

Alla notizia positiva dello sblocco da parte del Cipe di 41 milioni di euro (i cui progetti però devono essere ancora appaltati dagli enti locali destinatari), ha fatto seguito infatti il dibattito sull’uscita del Molise dalla ZES (Zona Economica Speciale) abruzzese.

La scelta del Molise di entrare nell’Autorità portuale della Puglia, infatti, è l’emblema di un Abruzzo a cui è mancata negli ultimi anni una cabina di regia, in grado di programmare e fare sintesi (si veda ad esempio la dicotomia tra i porti di Vasto e di Ortona che hanno rivendicato un ruolo strategico nella ZES).

La perimetrazione della ZES, affidata dalla Regione all’Arap, doveva essere pronta entro la fine di aprile. L’avviso per la individuazione del professionista responsabile dell’attrazione di investimenti e della Zes è stato pubblicato dall’Arap il 28 dicembre 2017 (data scadenza 26 gennaio 2018), ed il primo requisito posto per l’individuazione di chi avrebbe dovuto redigere uno strumento di politica industriale così importante, era il diploma di Scuola Superiore, mentre, è scritto sul bando, sarebbero state valutate le capacità professionali e le esperienze maturate nello specifico settore di attività afferente l’attrazione degli investimenti.

Agli inizi di maggio l’ultimo atto del Governo Gentiloni è stato l’approvazione delle ZES delle Regioni Calabria e Campania, con quest’ultima che non ha perso tempo e ha presentato le nuove opportunità di investimento alla Fiera di Shangai in Cina il 5 giugno.

La ZES abruzzese si farà comunque, hanno affermato nei giorni scorsi il vicepresidente Lolli e l’assessore al Bilancio Paolucci, rispondendo alle legittime preoccupazioni del direttore generale di Confindustria Chieti-Pescara Di Giosaffatte e alle accuse di Forza Italia. Ma la questione non è di natura quantitativa, quanto qualitativa.

La ZES abruzzese sarà uno strumento di politica economica ed industriale o un mero adempimento burocratico? In che modo saranno costruite le azioni di marketing per promuovere e comunicare la misura ai potenziali investitori? I porti abruzzesi, alle prese con lo stillicidio del dragaggio (Ortona) e con una dimensione ridotta (Vasto), come potranno offrire i servizi che le imprese chiedono e che nel sistema globale ormai trovano dove vogliono?

Ad ottobre l’Osservatorio che presiedo presenterà alla Camera dei Deputati uno Studio condotto insieme con Galgano Value Strategy, sul futuro delle infrastrutture in Europa.

Nel Rapporto emerge chiaramente la necessità per i porti di mettere subito a sistema le ZES con i collegamenti a fibra ultralarga per sperimentare il 5G ed offrire servizi che saranno essenziali per passare da una logica di piattaforma fisica a quella di smart space, in grado di trasformare l’ecosistema circostante in un luogo di attrazione per gli investimenti. In Europa l’esempio migliore è Rotterdam e il porto di Bari si sta distinguendo per la competitività e l’innovazione dei servizi.

L’uscita del Molise non è solo un colpo forte per le ambizioni dell’Abruzzo, (la cui fase pericolosa di deindustrializzazione rischia di non arrestarsi come dice anche lo Svimez), ma è la conferma di una regione che lascia svanire per l’ennesima volta una straordinaria opportunità di fare sistema.

Una ZES ampia, che comprende anche alcune aree interne del Sangro (Pratola e Raiano hanno chiesto di aderire) potrebbe rilanciare infatti una dorsale strategica che va dalla Valle Peligna alla costa.

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