Marcia per il clima contro le grandi opere. A prima vista lo slogan della manifestazione nazionale del 23 marzo a Roma sembra un ossimoro (quale sarebbe la colpa delle infrastrutture sull’eventuale cambiamento climatico è difficile da interpretare, e anzi nel caso delle ferrovie contribuiscono ad abbattere l’emissione di CO2 nell’aria), ma ad una lettura meno criptica il nesso è tutto in una parola: decrescita.

Chi scenderà in piazza sabato prossimo, infatti, vuole che l’Italia e l’Europa restino fuori dalla competizione globale, isolamento peraltro impossibile in un sistema così interconnesso come dimostra anche la visita in Italia di Xi Jinping per la firma del Memorandum.

Con le reti Ten-T, e quindi anche con la TAV, Milano e Torino diventano il centro dell’Europa, che si trasforma in una grande metropoli per collegare entro un decennio in 4 ore Londra e le città italiane del Nord, o se preferite il Nord e il Sud dell’Europa.

Solo investendo sulle infrastrutture l’Europa può fare concorrenza alle grandi megalopoli. Parag Khanna, in Connectography, spiega in modo puntuale quale sarà l’evoluzione delle Città-Stato nei prossimi decenni, con una contrapposizione che sempre di più sarà costruita intorno alla capacità delle megalopoli di aggregare persone (e quindi talenti), e acquisire investimenti privati in cambio di una pubblica amministrazione efficiente (il vero motivo per cui dovremmo tutti scendere in piazza).

L’Europa non può avere megalopoli, ma può certamente eliminare le distanze tra le sue capitali e le città di una stessa nazione, come accade da un po’ tra Milano e Torino, e come si è ripetuto di recente con la presentazione del progetto olimpionico di Milano e Cortina, al quale colpevolmente Torino (un unico grande cluster di ricerca, sviluppo, innovazione e produzione con Milano, Genova, Bologna e il Nord-Est), non ha voluto aderire.

Questo è il senso e il contributo delle infrastrutture fisiche alla costruzione dell’Europa e della stessa Italia (l’Alta Velocità ferroviaria svolge questa funzione).

Chi, a cominciare dagli esponenti del Governo, fa affermazioni semplicistiche contro la TAV e le infrastrutture, offende le centinaia migliaia di tecnici, ingegneri, progettisti ed operai che hanno contribuito con il loro ingegno e il loro impegno allo sviluppo e al progresso del nostro Paese, e alla costruzione della reputazione dell’Italia nel mondo.

Del resto dopo la tragedia di Genova, quando bisognava evitare di attivare un pericoloso dualismo tra la necessità di manutenere le opere esistenti e l’indubbia urgenza di nuove infrastrutture, c’era anche chi nell’attuale maggioranza proponeva di abbattere tutte le opere realizzate da Morandi.

L’inaugurazione del Ponte Morandi a Genova, invece, era la sintesi di un Paese che sperimentava e innovava. Negli ultimi 30 anni, al contrario, l’Italia ha realizzato solo il 13% di nuove infrastrutture, e in prevalenza sono state le nuove arterie ferroviarie a modificare la mobilità nel nostro Paese, ridisegnando anche l’urbanizzazione e lo sviluppo economico lungo la direttrice Napoli-Roma-Bologna-Milano.

Oggi, invece, l’opposizione costante alle infrastrutture è diventata la cifra del Paese, come testimoniano non solo i casi eclatanti di TAP, TAV e della stessa Gronda a Genova, ma le 346 opere censite dal Nimby Forum nel 2017.

Le infrastrutture non sono più percepite come metafora dello sviluppo, ma vengono osteggiate perché costituirebbero il presupposto della corruzione. L’Italia del boom era identificata con le sperimentazioni architettoniche, che contemplavano la capacità di osare e di far sognare, come testimoniano gli straordinari manufatti della Bologna-Firenze, un’infrastruttura simbolica dell’Italia di allora che sfidava il futuro, e che dovrebbero essere catalogati come patrimonio Unesco.

Chi sarà in piazza sabato ignora che per rendere più competitiva l’Europa gli investimenti in infrastrutture devono essere raddoppiati. Secondo il rapporto 2018 della BEIgli investimenti sono oggi pari al 2,7% del PIL, ma dovrebbero essere almeno del 5% per garantire all’ Europa di competere con i grandi players globali.

Dall’iniziodellacrisidel2008 in Italia(che investiva in media il 3,4% del PIL in infrastrutture), addirittura gli investimentipubblicisonodiminuitidioltreunterzo, mentrequelliperleinfrastrutture, chenel2009 raggiungevanoquota29 miliardi, nel2017 ammontavanoasoli16 miliardi.

Disinvestire nell’ultimo decennio nelle infrastrutture è costato ogni anno al nostro Paese almeno un punto di PIL.L’Italia per investimenti sulle infrastrutture è terzultima in Europa con 1,8%. Solo Irlanda e Portogallo fanno peggio. Se la media europea è del 2,7%, in alcuni Paesi nordici e baltici e sorprendentemente anche in Grecia invece si supera il 4%. Al primo posto c’è l’Estonia con il 5,6% degli investimenti, concentrate in prevalenza nelle infrastrutture digitali.

La programmazione di un grande piano infrastrutturale rappresenta una delle quattro misure di policy individuate da Confindustria per avviare un processo di crescita del Paese, ed investire sullo sviluppo delle reti di trasporto, telecomunicazione, energetiche e sulla logistica, partendo dal miglioramento dei collegamenti ferroviari, di porti ed aeroporti, trasformando le infrastrutture da piattaforme fisiche ad ecosistemi di servizio, come accade in Europa a Rotterdam con il Porto, a Zurigo con l’aeroporto o a Madrid con la stazione ferroviaria di Chamartin.

Nel decennio di crisi economica, come ci ricorda l’Ance, il settore delle costruzioni ha perso 600.000 posti di lavoro. La congiuntura negativa non ha risparmiato nemmeno le grandi imprese, costrette, a causa di un mercato interno asfittico, a competere solo all’estero in condizioni spesso di oggettiva difficoltà, anche perché l’Italia nel suo insieme continua a non fare sistema al contrario di Germania, Usa e Francia. Basti pensare che Salini-Impregilo, che è l’undicesima impresa al mondo, in Italia fa solo l’8% del suo fatturato.

La sfida che attende l’Italia, però, è soprattutto culturale, come dimostra il dibattito di questi anni, intriso di ambientalismo di facciata e ideologia della decrescita, sostenuta soprattutto dal Movimento Cinque Stelle che invoca il rispetto dell’ambiente a corrente alternata.

Si professano green, sono a favore delle rinnovabili, affermano che le fonti fossili vanno ridotte, bloccano per 18 mesi le autorizzazioni a trivellare in Adriatico, e poi sostengono un’analisi costi benefici sulla TAV che ribadisce la prevalenza della gomma e quindi degli idrocarburi, per non rinunciare a 1,6 miliardi di accise sulla benzina.

In queste ore il Governo sta varando il Decreto sblocca cantieri, ma sburocratizzare significa soprattutto modificare la cultura delle organizzazioni pubbliche.

Per tornare a investire nelle infrastrutture, infatti, occorre rafforzare i ruoli tecnici nelle Pa, che devono tornare ad essere dei veri e propri centri di competenza capaci di promuovere programmazione, monitoraggio e controllo, per fare lavorare insieme tutte quelle competenze che concorrono alla realizzazione e alla comunicazione dei progetti innovativi.

Esempi virtuosi ce ne sono come RFI, Italferr e ANAS, i cui bandi prevedono premialità per chi progetta in BIM, un plus che sta impattando sulla capacità organizzativa delle strutture tecniche di progetto.

Senza un’adeguata riforma della Pa, tuttavia, riforme come quella delle pensioni svuoteranno gli enti locali delle poche competenze rimaste soprattutto nelle aree tecniche. Si creeranno, quindi, delle Amministrazioni di serie A, efficienti, e altre di serie B, che già oggi non sono più in grado di investire nemmeno sulle manutenzioni delle opere già realizzate, come accade in molti comuni di dimensioni medie e nelle stesse Province, chiamate a gestire un settore nevralgico come la viabilità senza risorse economiche.