Nell’economia contemporanea la politica industriale deve favorire i processi di formazione del personale, di innovazione tecnologica ed organizzativa, riducendo gli ostacoli burocratici e rendendo disponibili i servizi per una logistica efficiente.
Il decisore politico sia il facilitatore di questo processo, non già in una pianificazione dell’economia dall’alto, bensì in una valida regolazione dei rapporti fra pubblico e privato, favorendo il dialogo competitivo con le imprese e indicando la strada da percorrere per immaginare la regione dei prossimi 20 anni. La politica economica è politica industriale. Il mio intervento su Il Messaggero.

Nell’economia contemporanea la politica industriale deve favorire i processi di formazione del personale, di innovazione tecnologica ed organizzativa, riducendo gli ostacoli burocratici e rendendo disponibili i servizi per una logistica efficiente.

La crisi causata dal Covid-19 sta confermando la centralità della logistica, alla luce dell’inevitabile ridefinizione delle filiere industriali che diventeranno sempre più di prossimità.

I rischi collegati a catene produttive troppo estese geograficamente, infatti, sono cresciuti nella percezione delle imprese, così come la mancanza di capacità produttiva in alcuni ambiti (mascherine ad esempio) è percepita dalla pubblica opinione come un elemento di debolezza dell’intero sistema.

Come insegnano anche i casi di Amazon e Ikea, chi governa le piattaforme ne determina il flusso, e dopo l’accordo tra il Porto di Trieste e China Construction Company, che gestisce il Pireo oltre ad avere partecipazioni nei porti di Rotterdam e Valencia, la competizione logistica nel Mediterraneo e nell’Adriatico diventa strategica per sostenere lo sviluppo industriale dell’Europa.

L’Abruzzo della logistica integrata sconta dei ritardi accumulati nel tempo, come la mancata messa a sistema dell’intermodalità gomma-ferro-mare, l’esclusione dai Corridoi europei e i mancati investimenti sulla portualità.

A commento dello spostamento della produzione di 100.000 furgoni di grandi dimensioni dalla Sevel allo stabilimento di Gliwice in Polonia, ho scritto che quella decisone descriveva molto bene la metafora dei rischi che incarna la globalizzazione quando non è sostenuta da investimenti.

Sbagliava, infatti, chi ha voluto leggere allora la scelta di PSA come l’ennesima delocalizzazione, perché al contrario la decisione del management della multinazionale francese dell’automotive era una decisione di politica industriale dettata dall’impossibilità di rispondere ai nuovi livelli di produzione a causa della saturazione del più grande stabilimento europeo nella produzione di veicoli commerciali.

E la Polonia, oltre ad avere istituito 14 Zone a Fiscalità agevolata, può contare su fattori non secondari come una tassazione sul lavoro migliore e una posizione logistica più vicina alle grandi infrastrutture europee.

Il potenziamento della logistica con nuovi servizi (il Ministero dia il nulla osta alla ZES abruzzese) e investimenti (con l’ampliamento del porto di Vasto e il potenziamento di Ortona l’offerta dell’Abruzzo diventerà certamente più competitiva), il sostegno alla crescita di un cluster strategico per il futuro come Scienza della Vita (Polo Farmaceutico, Facoltà Scientifiche, Istituto Zooprofilattico), la rimodulazione dei Fondi UE e il potenziamento del capitale umano, diventano i temi per accrescere la qualità della vita degli Abruzzesi.

Il decisore politico sia il facilitatore di questo processo, non già in una pianificazione dell’economia dall’alto, bensì in una valida regolazione dei rapporti fra pubblico e privato, favorendo il dialogo competitivo con le imprese e indicando la strada da percorrere per immaginare la regione dei prossimi 20 anni. La politica economica è politica industriale.