Sul Quotidiano Edilizia e Territorio del Sole 24 Ore, le riserve sull’analisi del team Ponti sulla Tav, scritte a quattro mani con l’analista Donatello Aspromonte.

Un’attenta valutazione dei costi e dei benefici su una infrastruttura dovrebbe sforzarsi di inglobare tutti gli aspetti del progetto: da quelli di tipo trasportistico (in termini di minori e maggiori tempi di percorrenza e costi legati alle modalità alternative di trasporto), a quelli sanitari, legati agli effetti generati dalla riduzione del trasporto merci su gomma ed alla relativa riduzione di emissioni inquinanti, con un calcolo preciso dell’impatto ad esso associato, fino a quantificare gli effetti moltiplicativi di sistema che l’opera sarà in grado di generare, stimando i benefici per il sistema produttivo italiano derivanti dal fatto di essere inseriti nelle cosiddette “reti lunghe” di trasporto europeo.
L’analisi rimessa dal team di Ponti considera solo alcuni aspetti, tralasciandone altri di complessa quantificazione o per i quali servirebbero ulteriori analisi di supporto, e sconfessa alcuni principi cardine dell’ambientalismo di matrice grillina.

In campagna elettorale per le amministrative a Taranto solo un anno fa il M5S proponeva di trasformare la più grande acciaieria europea in un Parco giochi, salvo poi assecondare il Piano industriale di Calenda e dare il via libera all’investimento di Mittal. Come si concilia l’anima ambientalista del Movimento con la decisone di bloccare la TAV per non rinunciare a 1,6 miliardi di accise sulla benzina? Si professano green, sono a favore delle rinnovabili, affermano che le fonti fossili vanno ridotte, bloccano per 18 mesi le autorizzazioni a trivellare in Adriatico, e poi sostengono un’analisi che ribadisce la prevalenza della gomma e quindi degli idrocarburi.

Inoltre, l’analisi affronta la questione da un punto di vista prettamente trasportistico: non sono incluse nella valutazione dei benefici del progetto gli effetti indiretti ed indotti del progetto di investimento e quindi gli effetti moltiplicativi che una grande opera transnazionale e transfrontaliera come la TAV sarà in grado di generare. Qualsiasi investimento, infatti, è in grado di determinare domanda aggiuntiva in altri settori economici, con un “effetto a cascata” che dovrebbe essere preso in considerazione, sia per gli effetti sui redditi percepiti (che generano ulteriori consumi che, a loro volta, originano nuovi redditi) sia per le modalità di ripartizione dei redditi incrementali, in grado di produrre maggiori entrate per lo Stato. Questo effetto sulle finanze pubbliche dovrebbe essere posto in relazione alla riduzione del gettito stimato dovuto alla riduzione delle accise.

Per di più, non si accenna minimamente all’effetto catalizzatore che un’opera come questa può avere sulle attività economiche: infatti, le decisioni di localizzazione da parte delle imprese – soprattutto straniere – dipendono anche dalla presenza di infrastrutture di trasporto efficaci ed intermodali, in grado di facilitare l’accesso ai mercati di sbocco.

In altri termini, non si menzionano e non si valutano i benefici riconducibili all’occupazione indiretta e indotta generata sul mercato del lavoro ed alla relativa ricchezza indotta dall’investimento. La mancanza di tali valutazioni, unita al focus trasportistico che è stato dato all’analisi costi-benefici della TAV, rende quest’ultima, sotto certi aspetti, monca. La TAV non è solo un’infrastruttura di trasporto: è un’opera strategica che dovrebbe contribuire, lungo l’asse est-ovest europeo, ad interconnettere ed integrare i sistemi produttivi regionali europei. Restarne fuori potrebbe compromettere la competitività di territori che erano – e sono ancora oggi – ad alta vocazione industriale.

Un’altra questione che non ci trova d’accordo, inoltre, è legata al lancio di un referendum sulla TAV.
Il si o il no alle opere strategiche dovrebbe essere il frutto di un percorso di analisi e valutazione integrato e non essere demandato ai cittadini. Qui si sta confondendo la legittima richiesta di partecipazione dei cittadini nei processi decisionali relativi alle infrastrutture con il fatto di addossare una decisione strategica per la competitività del Paese sulle spalle di ignari cittadini. Questo accade quando la politica inizia ad avere paura, cercando di nascondersi dietro alla volontà popolare. La sensazione è che per superare un no che viene fuori da un’analisi costi-benefici parziale, e per non scontentare una parte di società che invece ritiene essenziale la realizzazione dell’infrastruttura, si voglia attribuire un potere decisionale smisurato alle persone.